Ti è piaciuto?
Se vuoi puoi farmi sapere cosa ne pensi
Ricordati di essere
gentile.
Gesù is watching you.
Oppure inviami una mail all’indirizzo postmaster@laprospettivadelpinguino.it
Le mie giornate sono più vuote, a volte faccio fatica ad accettarlo.
È strano se penso che, fino a poco tempo fa, soffrivo perché non riuscivo a trovare del tempo per me, o per noi. Adesso, invece, con tutto questo tempo a mia disposizione, ho paura di sprecarlo. Se mi sforzo, ma è difficile, a volte riesco a cambiare prospettiva e le mie giornate passano dall’essere vuote a poter essere riempite. Allora scrivo, passeggio, leggo… meno di quel che dovrei.
Sto lavorando a un nuovo progetto di cui mi sto innamorando.
Ho accordato la chitarra, e l’ho anche pulita: non hai idea della quantità di polvere che aveva intrappolato tra le sue corde. Ho suonato a lungo, di nuovo. È stato meraviglioso. Continuo a non essere una brava musicista, come cantante ancora meno, ma a me piace. Piacerà un po’ meno ai vicini, immagino, ma quando suoni mica te lo ricordi che hai dei vicini.
Vorrei tornare a ballare, un giorno. In quello sì che sarei davvero pessima, non basterebbe togliermi la polvere di dosso. Ma ci proverò, vedremo se mi ricorderò come si fa, se avrò delle compagne meno stronze e giudicanti, un insegnante che capisce i miei sforzi e con cui magari farsi due risate. Il mio vantaggio è che essendo ormai adulta, avranno meno aspettative e pretese e a me sta benissimo così. Gli o le insegnanti sarebbero più flessibili perché non dovranno far crescere una ballerina professionista e io ne approfitterei per vivermela come puro piacere personale, come sarebbe sempre dovuto essere ma non è mai stato. Avrei voluto avere trent’anni già vent’anni fa.
Cucino spesso e, come sempre, mi piace mangiare. Mi piace l’aroma del soffritto, la consistenza dell’impasto della pizza, cambiare i colori tra i pranzi e le cene. Mi piaceva sentirti dire “che buon profumo”, dirti buon appetito e poi baciarti.
Mi son fatta crescere i capelli, adesso sono lunghissimi, non li sopporteresti. Tenerli corti non è mai stato uno sforzo, mi piacevano molto, ed erano comodissimi. Ma anche adesso, lunghi e scomodi, mi piacciono molto. Magari piacerebbero anche a te.
Purtroppo mi sento sempre stanca e, ultimamente, non riesco più a fare un buon caffè. Annegarlo nel latte non salva la situazione. Che poi, il caffè, a me non piace quasi mai. Sono una rompipalle professionista, lo sappiamo, questa cosa non è cambiata. Infatti mi dicevi sempre che ero pazza, ogni volta come se fosse stata una novità. Oppure, quando ero leggerissimamente distratta, non so se ti ricordi il sale nei biscotti, dicevi dolcemente che avevo sempre la testa tra le nuvole.
tuttelemelediannie
Negli ultimi tempi quelle nuvole si erano fatte scure e pioveva spesso, ti ricordi che fatica? Tu soffiavi forte, per scacciarle via. Il problema è che pioveva anche dentro. Così, oltre a non esserci tempo, non c’era neanche uno spazio in cui stare. Semplicemente stare, senza troppe pretese.
Siamo ancora in tempo piccolo angolo asciutto?
No, mi dispiace, li abbiamo esauriti, provi a tornare la prossima settimana.
Per uscirne, penso che avrei fatto le stesse scelte che ho fatto con il tuo sostegno, ma con meno forza. Con meno determinazione. Con il solito senso di colpa. Che poi, colpa di cosa? Ora capisco che non c’era motivo di sentirsi così, ma all’epoca ero talmente immersa in quella tempesta, che non me ne sarei potuta rendere conto, mai.
Mi manchi.
Mi fa male il cuore da quanto mi manchi.
Ogni tanto piove ancora, ma la pioggia rimane fuori.
Ti ricordo e mi basta, anche quando fuori piove, anche se mi fa male il cuore.
Non piango più. Lo so che prima piangevo per qualsiasi cosa: per un film, anche se non mi piaceva, per un libro, un brutto sogno o per un piccolo pensiero che attraversava la mia mente per pochi secondi. Mi beccavi subito, quando stavo per piangere.
Non ho più pianto.
Non piango da più di un anno, non riesco. Ogni lacrima mi sembra uno spreco, mi sembra frutto di un finto dolore, una sofferenza che gli artisti vogliono per forza provocare in te. Ma non è reale.
Nulla, ormai, sembra reale.
Senza di te, non piango più.
Immagino di stare sdraiata con te sul divano, o forse sarebbe più onesto dire sdraiata su di te, e respiro forte. Finalmente, anche da sola, riesco a farcela.
Mi basta poco, adesso, per essere felice.
Anche se…
Anche se.
Grazie, amore.
Quando ero ragazzina, mia mamma mi raccontava fin troppo spesso la storia della nostra famiglia, soffermandosi lungamente sul dettaglio che, a suo dire, discendessimo da antiche tribù nomadi. Questo per giustificare il fatto che ogni tre o quattro anni dovessimo trasferirci in un nuovo appartamento: perché nelle nostre vene scorreva sangue nomade, chiaro. E chi siamo noi per non ascoltare il desiderio ribollente del nostro sistema cardiovascolare? A quanto pare era più importante seguire questo antica usanza piuttosto che ascoltare sua figlia che piange che piange perché non si vuole trasferire per la terza volta a soli 12 anni. Cosa poteva fregarmene se cento anni fa dei bipedi si muovevano con delle carovane in giro per l’Europa, ma soprattutto, perché cazzo dovevamo portare avanti questa tradizione?
Ma a quanto pare tutte le mie obiezioni erano inutili: “ci spostiamo, tesoro, che ti vada o no”.
Che ti vada o no.
Mi sembrava abbastanza palese che non mi andasse, ma a quanto pare ero pure vittima del beneficio del dubbio.
Inutile dire perché odiassi traslocare, soprattutto durante l’adolescenza, visto che si ripeteva sempre la solita solfa: fai gli scatoloni, cerca di non impazzire, sopporta tua madre che urla perché è sparito lo spremiaglio, cambia casa e, ciò che faceva più male, cambia amici. Ma ancora di più odiavo la scusa di quella dannata storia della tribù nomade. Vuoi cambiare casa, mamma? Bene, allora dovresti essere onesta e dirmi: “voglio cambiare casa, impacchetta la tua vita che tra un mese partiamo”. Detto questo, oh sì, perché l’ho detto, mi sono guadagnata un sonoro schiaffone. Sapete, lei lo faceva per me, per assicurarmi una vita migliore in una casa più grande o più vicina alla natura o più vicina alle scuole di prestigio e io non le ero neanche un briciolo riconoscente, ecco il perché della sberla. Infatti, dopo l’impatto, le ero proprio grata. Io che “credevo di dover essere riconoscente al nostro sangue nomade, scusa”.
Dopo il secondo man rovescio ho imparato a tacere.
Mia mamma non era una persona violenta e non mi ha mai picchiato, ma all’epoca faceva parte del metodo educativo più accettato e comunque, per fortuna, me ne sono arrivati ben pochi. Era una madre single che mi faceva anche da padre, guadagnava poco e si spaccava il culo per non farmi mancare niente. Solo che nessuno è perfetto e questa cosa dei traslochi le è sfuggita di mano.
Alla fine delle solite discussioni mi arrendevo, mi arrendevo sempre. Quindi arrivava il momento di montare gli scatoloni, di mettere su un cd degli 883, maglia color cielo, pantaloncini da pallavolo e si inizia a impacchettare la vita, pezzo dopo pezzo, libro dopo libro, lampada dopo lampada. Finito questo, converse gialle e si sale sul furgone affittato a cento mila lire per l’intera giornata, senza nessun tipo di assicurazione, e tante preghiere a qualunque Dio di qualsiasi religione ci venisse in mente durante il tragitto.
Odiavo la casa vecchia, che speravo fosse l’ultima e odiavo la casa nuova, perché sapevo che non lo sarebbe stata. Odiavo tutto. Tranne gli 883.
Per ribellarmi alle tradizioni di mia madre senza che se ne accorgesse, se no chissà che paternale, ho creato la mia tradizione personale. Ogni volta che lasciavamo un appartamento, con il cuore che silenziosamente si spezzava, rimanevo nella mia camera per qualche minuto, fingendo di dover pulire minuziosamente l’armadio di modo che mia madre non rischiasse minimamente di perdere la caparra. Non volava una mosca e io guardavo la stanza per l’ultima volta, vuota e triste, come mi sentivo io. La studiavo nei minimi particolari, cercavo mi memorizzarne ogni crepa, ogni mattonella storta, ogni gioco di luce, in modo quasi maniacale. Mi soffermavo poi sulle pareti e cercavo il luogo che sarebbe stato più nascosto a un primo sguardo. Allo sguardo di quelle persone che sarebbero venute a vedere l’appartamento per decidere se sarebbe diventato il loro punto fermo. Una volta trovato quel luogo nascosto, prendevo il mio pennarello indelebile e scrivevo una parola nel modo più piccolo possibile che riuscissi. Solitamente erano parole che mi ricordavano forti emozioni vissute in quello spazio, o momenti che volevo rimanessero un po’ più a lungo in quel posto, anche senza di me. Le parole che ho scritto negli anni, che ricordo ancora sono: peperoni, ballare, vodka, Hogwarts, ridere e tripletta.
Le altre, purtroppo le ho dimenticate, ma spero che, prima di ritinteggiare, qualcuno le abbia lette e le abbia portate con se.
Ora ho 33 anni, faccio la cuoca e ho sempre cambiato casa, ogni tre o quattro anni, anche se non vivo più con mia mamma. Tra qualche mese scade il mio contratto d’affitto e mi sono messa a cercare un nuovo appartamento: quello dove vivo ora è poco luminoso.
Credo di aver trovato il mio posto.
La prossima settima traslocherò a soli dieci chilometri di distanza, non cambierò amici, non cambierò lavoro. Ma prima di traslocare le mie poche cose, rimarrò seduta per terra, a guardare le mura di quella che sarà la mia camera da letto, con la maglia color cielo, i pantaloncini da pallavolo e converse gialle, mentre ne studierò in ogni particolare. Mi metterò di fianco a quella parola gigante scritta sul muro, speranza, che qualcuno molto più coraggioso di me, ha deciso di tramandare, forse. Oppure ha ritenuto che fosse importante che chiunque sapesse, senza doversi mettere a cercare. Perché forse, quel chiunque, ha cercato a sufficienza.

Suona la sveglia per a terza volta. Alice, rammaricata, capisce che è tempo di alzarsi e di provare a fare qualcosa di produttivo del uso sabato mattina, temendo comunque che finirà per scrollare Instagram dal divano. Si siede sul letto, in pieno stato comatoso e con quella gradevolissima sensazione di reflusso che le dà il buongiorno. Sbadiglia.
Si stiracchia e sbadiglia di nuovo.
“Devo alzarmi” pensa.
Fissa il muro per 5 minuti buoni, poi si alza davvero e apre la porta di camera sua. Va in bagno a inaugurare la giornata con una bella pisciata, poi di dirige verso la cucina e camminando, si gratta una chiappa.
Qualcosa di insolito, però, turba la sua mattina: la faccia della sua coinquilina che sprofonda in quelli che le sembrano una decina di pancakes.
La osserva, incredula, un po’ basita, poi tira avanti e va ad accendere la macchina del caffè. Da come si preannuncia essere la mattina, è necessario farne circa un badile.
Sonia non si muove da quella posizione.
Mentre il suo caffettone esce dalla macchinetta, Alice si gratta l’altra chiappa e osserva la sua amica.
Tutto tace.
Apre il frigo, sempre con lo sguardo rivolto verso Sonia, prende il latte e lo versa nella tazza. Beve il suo bibitone macchiato freddo e si chiede per quanto tempo la sua coinquilina rimarrà così.
Dorme? No, non pensa.
È morta? Plausibile.
Se fosse un film, prenderebbe un cucchiaio di legno e le toccherebbe la spalla per capire quanta vita contiene ancora quel corpo. Ma questo non è un film, è un racconto, quindi niente cucchiaio: continua a fissarla mentre beve tutto il suo caffè.
Alice ha fame, ma si guarda intorno e quell’ingorda ha fatto i pancakes solo per sé, creando anche un discreto casino in cucina. Cammina verso la dispensa, trova un muffin che probabilmente è lì da anni ma, per sicurezza, non cerca la data di scadenza. Lo addenta: non sa ancora di pietra calcarea, quindi è ottimo.
Decide di sedersi al tavolo, davanti a Sonia, e continua a mangiare il suo muffin. Fissandola.
Finisce il suo muffin, prende il bicchiere di spremuta d’arancia già pronto, che non aveva notato nell’insieme di quella scena che trasudava imbarazzo e sconforto, e lo beve tutto. Decide di concludere la sua colazione con un bel “aaaaaah” godurioso, rimettendo il bicchiere al suo posto.
Poi accade. Qualcosa turba quella quiete apparente e Sonia, improvvisamente, sospira. Sempre con la faccia immersa nei pancakes, ovviamente. A un certo punto la sua faccia inizia a muoversi sopra questa torre di americana pasticceria, come se stesse cercando di infilare la testa più in profondità.
“Originale questa skin care” pensa Alice. Poi sentì dei rumori molto strani, come se la sua amica stesse… masticando. Sonia stava mangiando, applicando la raffinatissima tecnica faccia-piatto: la più ecologica del momento, perché non prevedeva l’utilizzo di nessun utensile né, quindi, l’uso di detersivo per lavare quest’ultimo. Sorvoliamo sul fatto che sia riuscita a sporcare fornelli, ciotole, mestoli, padelle, robot da cucina, spremiagrumi, bollitore, macchina per il riso, microonde, monta latte, deumidificatore, barbecue, piante grasse, carta da parati, decanter e foto di famiglia: una forchetta in meno ogni giorno, può comunque fare la differenza. Anche se era già pronta di fianco al piatto. Povera forchetta. Vittima del green power, senza aver fatto nulla di male, semplicemente esistendo.
Alice è affascinata e, se prima non riusciva a distogliere lo sguardo da questa scena surreale, ora era come se ne facesse parte. Avrebbe voluto che non finisse mai. Ma, dopo circa un quarto d’ora, Sonia finisce tutti i suoi pancakes, tranne uno.
“Quando avrai intenzione di chiedermi se va tutto bene?”
Alice non le risponde subito, corruga la fronte, poi dice: “Mi sembrerebbe più inutile del riassunto di metà stagione”.
Sonia sospira.
“Vuoi un caffè?”
“Ne ho già presi cinque”
“Pare che tu abbia sviluppato una certa tolleranza”
“Pare”
“Perché non mangi l’ultimo pancake?”
“Perché è morbido e, se lo mangiassi, il piatto non sarebbe morbido”
“… Posso mangiarlo io quando sarà finita questa scena madre?”
“Ovvio”
“Grazie”
“Prego”
Silenzio.
“Sciroppo d’acero ne abbiamo?”
“L’ho finito”
“Maledizione”
“Mi dispiace”
“Nutella?”
“C’è”
“GRANDIOSO” dice Alice alzandosi dalla sedia alla ricerca del nettare degli Dei. Deve cercare per un po’, ma poi la trova. Entusiasta prende un cucchiaio e torna a sedersi a tavola, famelica.
“Ho trovato la Nutella”
“Brava”
“C’è ancora la tua faccia sul mio pancake”
“Me ne rendo conto”
Alice la guarda, tanto per cambiare. Solleva le spalle e inizia a spalmare la nutella sulle porzioni di frittella scoperte. Sonia, non dice né fa nulla, al massimo sospira.
“Sto maleeeeeeee” un suono gutturale esce dalle fauci di Sonia.
“Me ne sono accorta” risponde Alice circumnavigando il naso dell’amica con la crema di nocciola.
“Non vuoi sapere perché?”
“Sinceramente non me ne frega un cazzo”
“COSA??” strilla improvvisamente Sonia alzando il viso dalla colazione. Il pancake le rimane incollato alla faccia, poi cade perfettamente sul piatto, mostrando al trepidante pubblico in cucina un mix di stupore, sonnolenza e make up della sera precedente.
“PANCAKE!!” urla in risposta Alice, alzando le braccia al cielo. Velocemente si impossessa del piatto, capovolge direttamente il barattolo della nutella sulla frittella e se la ficca in bocca una volta ricoperta, ma è troppo grande e ora Alice sembra un chihuahua con in bocca una salsiccia.
Sonia la guarda schifata.
“È ifutile que me guuuardi cofì, neanghe tu hai ufato le fosate”
“Cosa vuol dire che non te ne frega un cazzo?”
“Fonia, difamo che fei un felino melodrammatifa”
“Scusa se ho dei sentimenti”
“Tu non hai dei sentimenti, hai delle morbosità maniacali” rispose dopo aver ingollato l’ultimo morso nutelloso.
“Stai esagerando”
“Io?”
“Io non esagero: io sto male”
“Prova a mangiare meno pancakes, vedrai che starai una meraviglia”
“Stai dicendo che sono grassa?”
“Lo stai dicendo tu, non io”
“Alice!”
“Oh senti Sonia, hai rotto il cazzo, qualcuno deve pur dirtelo. Non sei grassa e non stai male. Sei semplicemente una cagacazzi. Quando capirai il perché, forse smetterai di ammorbare il mondo con ‘ste scenate da cogliona. Invece di andare a ubriacarti tutte le sere, vai da un cazzo di psicologo e risolvi i tuoi problemi. Hai 26 anni, sei giovane e bella, ti sei laureata col massimo dei voti, hai un lavoro che ti piace che ti permette di vivere bene e di stare a casa i weekend. MANDA A FANCULO LE PERSONE CHE TI FANNO SENTIRE MALE E SMETTILA DI ROMPERE IL CAZZO AL PROSSIMO.”
Silenzio.
Alice, purtroppo, aveva fatto centro. Sonia sentiva di stare male, ma se ci rifletteva, non riusciva a ricondurlo a nulla di specifico, tutto ciò che credeva la facesse stare così, improvvisamente le parve una stronzata. Perché, allora, si sentiva di merda?
Doveva mettere a posto i pezzi.
“Carbonara sta sera?”
“Vedo che inizi a ragionare”
Girò le chiavi nella serratura, piano, e aprì la porta. Scivolò fuori dalle scarpe per non fare rumore, non che qualcuno potesse sentirla in verità, era un favore rivolto a se stessa. Percorse il corridoio, lentamente abbassò la pesante maniglia, accompagnò la porta e si affacciò sulla stanza. Oggi non sarebbe rimasta in piedi a guardare, se l’era promesso. In quella casa aveva imparato che le promesse si mantengono, piccole o grandi che siano, altrimenti azioni e parole avrebbero perso di significato, poco a poco.
Sarebbe entrata.
Le ci volle qualche minuto, poi il piede destro si mosse in avanti e il sinistro lo seguì. Si fermò di nuovo. Una lacrima cadde a terra sul parquet, non fece alcun rumore.
Respirò profondamente, fece un altro passo e si asciugò la guancia. La stanza non era molto grande, altri due passi e fu sopra il tappeto. Le dita nude si mossero morbide, come se volessero accarezzarlo.
Ricordare.
Rimanere.
Con la coda dell’occhio vide lo specchio alla sua sinistra. Si voltò e vide che aveva ancora quel fiore tra i capelli, rosso scarlatto. Che fiore è? Non riusciva a ricordarne il nome.
Distolse lo sguardo dal suo riflesso e si guardò intorno. Che bella quella stanza, i mobili di legno, il loro profumo ancora impregnava l’aria. La portafinestra, di fronte a sé, era priva di imposte. Un tendone blu petrolio calava pesante fino al pavimento e non permetteva né alla luce né a nessuno sguardo di entrare nella stanza. Ma fuori era notte e, forse, questa sera avrebbe voluto essere guardata. Però non si avvicinò alla tenda, ma la osservò bene, inclinò leggermente il capo verso sinistra, avvicinò la mano e la sfiorò con la punta delle dita, poi ritirò il braccio.
Era tempo di andare, per oggi poteva bastare.
Si voltò, pronta per uscire dalla stanza, ma non lo fece. Vide se stessa, seduta su quella poltrona, tenere in mano il carillon, guardarlo con attenzione, senza alzare mai lo sguardo. Lei invece, la guardò attentamente, mentre rimaneva immobile.
Fotografia di Roberta Logiudice
Sembra più serena di quel che è realmente, pensò. Non gira il carillon, meno male, non farà rumore.
Rimase a guardarsi ancora per qualche minuto, anche sulla poltrona tutto era immobile.
Sono l’ultima persona che vorrei vedere seduta su quella poltrona, pensò.
Chiuse gli occhi, non avrebbe retto nessun altro dettaglio, nessun altro mobile, nessuna foto, nessun altro ricordo.
Un’ultima lacrima cade ribelle, fino al tappeto. Si asciugò la guancia e ripercorse i propri passi, piano, fino alla porta.
Finalmente uscì e riaprì gli occhi. Camminò lungo il corridoio, indossò le scarpe.
Vicino alla porta di ingresso c’era un piccolo tavolino, alto, e sopra di lui un porta oggetti in legno scuro. Si toccò i capelli, sfilò il fiore e lo regalò alla casa, poi uscì.
Magari, la prossima volta, avrà il coraggio di fare rumore.
Ricordati di essere
gentile.
Gesù is watching you.
Oppure inviami una mail all’indirizzo postmaster@laprospettivadelpinguino.it