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Lei era mia e io ero suo.
Lei era tutto, era tutta la mia vita.
Era acuta, amavo i suoi pensieri. Mi piaceva perdermici dentro, mischiare le sue idee con le mie.
Era spiritosa, non passava giorno in cui non mi facesse ridere.
Era meravigliosa, durante le nostre giornate insieme mi perdevo a guardarla per ore, non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso. Quasi non mi accorgevo del tempo che passava.
Era stimolante, non c’era argomento di cui non si interessasse, era curiosa.
Era tenace, una donna forte.
Era nostalgica, a volte.
Amava due cose: l’angolo di terra davanti a casa nostra e la scrittura. Amava anche me, ma non me lo diceva spesso perché aveva paura di essere troppo sdolcinata e che mi avrebbe stancato. Non sapeva quanto si sbagliava.
Non so se ho mai amato qualcuno, o qualcosa, tanto quanto lei.
Io ero sua, una sua proprietà.
Ero profondamente convinta di meritarmela, la vita che stavamo vivendo insieme.
Ha iniziato dicendomi che amava sentirmi parlare, facendomi però sottilmente notare che spesso dicevo delle inesattezze e mi spiegava dove sbagliavo. Io lo ringraziavo, tutte le volte.
È stato strano perché all’inizio sceglievamo i film una volta a testa: i suoi erano perfetti, anche se io non ne coglievo la profondità. I miei erano sempre belli ma… ma.
Eravamo felici e passavamo le giornate a prenderci in giro e ridere. Poi però, ha riso solo lui. Rideva di tutto ciò che facevo o dicevo, non importava quanto mi impegnassi nell’esprimere un’idea o un concetto, per lui era ridicola. Rideva di me. Tutti i giorni.
Mi controllava costantemente. Non potevo avere una password al cellulare o avere degli account social.
Se lui voleva fare sesso e io no, dovevamo farlo ugualmente, sempre. Ma quello non era più sesso e anche l’amore, non lo facevo da anni.
Non voleva che cercassi un lavoro, tanto avevo l’orto di cui prendermi cura. Quella schifezza di giardino con una fila di insalata lui la chiamava orto.
Mi piaceva scrivere e diceva che avrei dovuto pubblicare tutto, un giorno. Poi si è messo a correggere ogni mio scritto, quindi non avevo più bisogno di un editore, avevo lui.
Cucinavo sempre io e non uscivamo mai fuori a cena, solo per il nostro anniversario.
Ero triste, depressa, non parlavo con nessuno.
Lui diceva di non potermi vedere in quel modo e si arrabbiava con me: neanche ci provi a stare meglio, mi urlava.
Poi sono arrivate le botte.
Perché non lo capivo.
Non vedi cosa mi costringi a fare?
Perché non gli piaceva la cena.
Hai tutto il giorno a cucinare e mi merito sta roba. Va bene, grazie della considerazione.
Perché non lo baciavo più.
Di chi cazzo ti sei innamorata? Lo ammazzo.
Perché volevo assumere qualcuno per le pulizie.
Scusa ma tu che hai da fare? Poi pulisci così bene.
Perché volevo comprarmi un vestito nuovo.
Quando dovresti indossarlo scusa?
Perché ero andata dal parrucchiere senza avvisarlo.
Te l’ho sempre detto che i capelli corti ti stanno di merda, ma continui a non ascoltarmi.
Perché non volevo fare sesso.
Dì al tuo amante di stancarti meno, così non devo faticare per farti stare nel letto.
Perché avevo cambiato rossetto.
Da chi ti devi far notare?
Perché la spesa potevo farla online, non c’era bisogno di andare al supermercato.
Tanto i cassieri mica se lo filano un cesso come te.
Perché volevo uscire da sola.
Perché non posso venire? Cosa mi nascondi? Siamo sposati, dobbiamo condividere tutto.
Perché non gli rispondevo subito al telefono.
Perché ci hai messo tanto? Con chi cazzo sei?
Perché non ero d’accordo con lui.
So che ci provi, ma questo va oltre la tua comprensione.
Perché stavo male.
Ma perché piangi? Non ti si può più dire niente.
Perché sono scoppiata.
Ma stai bene? Mi preoccupi, cosa stai dicendo? Io mi spacco il culo tutti i giorni per noi, per lasciarti libera di seguire i tuoi hobby, dove sto sbagliando?
Perché volevo andarmene.
Se mi lasci cosa farai? Nessuno ti vorrà ridotta così. Sei ridicola. RI-DI-CO-LA.
Perché non riuscivamo ad avere dei figli e dava la colpa a me.
Diceva di essere stanco di discutere, dovevo pensarla come lui e non si spiegava perché io non capissi. Allora mi stringeva la faccia tra le mani e schiacciava la sua fronte contro la mia, sfregandola fino a farmela sanguinare. Poi mi ha preso la testa dai capelli e l’ha fatta sbattere contro il muro finché non sono svenuta. Non so quanto mi abbia lasciato a terra prima di risvegliarmi e curarmi la ferita. Era molto profonda, ci ha messo mesi a guarire del tutto.
Così magari adesso ci entra qualcosa di furbo in quella testa.
Se insistevo per uscire mi svegliava nel cuore della notte, mi sbatteva fuori casa in pigiama, senza cappotto, chiudendo a chiave la porta di casa.
Sei fuori ora, ti diverti? Vai dalle tue amiche, guarda come è bello uscire di casa!
Poi lui andava a dormire e potevo rientrare solo al suo risveglio.
Un giorno gli ho detto che non mi sentivo più sicura. Volevo dirgli che non mi sentivo più sicura di stare insieme a lui ma le parole non sono riuscite a uscire dalla mia bocca. Lui aveva capito, aveva capito benissimo. Si è alzato in piedi e ha iniziato a urlare che non capivo un cazzo, che più di così non poteva proteggermi. È uscito di casa ed è tornato con una pistola.
L’ho presa per te, così non avrai più paura di nulla, ti sentirai sicura.
Non ho mai saputo dove tenesse quella pistola.
Da quel giorno non sono riuscita più a dormire, avevo degli attacchi di panico quando lui spariva dalla mia vista. Non riuscivo più a mangiare e, se provavo a farlo, vomitavo tutto immediatamente.
Poi si è arrabbiato.
Fai schifo così magra, sembri malata! Devi mangiare o morirai.
Io ero malata, ma per lui era una scusa ed ero solo fissata con la dieta. Ha preso delle patatine fritte, mi ha bloccato a terra e ha iniziato a ingozzarmi a piene mani. Finito il pacchetto mi è subito salito il conato di vomito, lui mi ha chiuso la bocca per non far uscire niente… mi ha fatto buttare giù tutto.
Aveva ragione sui figli, era colpa mia: prendevo la pillola, di nascosto. Lui voleva avere dei figli, io volevo scappare.
Poi l’ha scoperto.
E io non ero scappata in tempo.
Non so se ho mai amato qualcuno o qualcosa tanto quanto lei.
Ma so che per lei avrei fatto di tutto.
Mi manca, molto.
Se hai bisogno di un consiglio, se non ti senti al sicuro, se cerchi aiuto: chiama il numero antiviolenza 1522, attivo tutti i giorni 24 ore su 24.
Ci sono cose che credi non ti capiteranno mai, non per ingenuità e neanche per eccessiva confidenza in te stesso. Semplicemente lo credi, o forse lo speri.
Ci ripensi un giorno esattamente uguale a tutti gli altri, noioso come sempre, nel quale ti svegli e odi il mondo, come sempre. Vivi la tua mattinata di merda fatta di 200€ sul conto, il prossimo bonifico dell’Inps che arriva tra 20 giorni, il televisore che non si accende e la scoperta di una nuova infiltrazione. Sei povero, ma povero vero.
Ti capita. Improvvisamente tutto inizia a sgretolarsi, non hai niente a cui appigliarti, nessuno che ti tenda una mano, nessuno che ti aiuti. Ma quella mano c’era, prima, vero?
Cadi. E mentre cadi, non hai fatto altro che pensare e ripensare a tutto ciò che è successo, dall’inizio alla fine. Ma non finisce mai. Passi le giornate a camminare, dentro quella casa non resisti. Cammini tutto il giorno, non mangi più. Sei allo stremo delle forze. Pensi a tua moglie che ti ha lasciato, che non ha capito niente di te e, forse, tu non hai capito niente di lei. Pensi al giudice, che non hai ancora capito cosa pensi di te, e al processo, che non vedi l’ora che finisca.
A volte ti chiedi se non sia meglio essere condannato subito, senza che si guardi il contorno, senza badare alle sfumature, senza cercar di capire il tuo malessere.
Rinchiudetemi per sempre. Rinchiudetemi, così avrò un’altra ragione per soffrire. Nella vita non ho conosciuto nient’altro che dolore, ci sono abituato Signor Giudice, non sarà una grande novità. Rinchiudetemi, così tutto questo sarà finito. Non ce la faccio più. Rinchiudetemi anche se pensate che io sia innocente, tanto ormai la mia vita è finita. Non ho più una famiglia, un lavoro, degli amici. Ho perso tutto, non sono più l’uomo libero che ero un tempo. Dov’è la mia libertà? Non ho soldi, non ho forze, non ho prontezza per fare nulla. Nulla.
Credi che non capiti mai a te, pensi di aver messo sempre sufficiente attenzione, ma non è così. A volte hai semplicemente tanta fortuna e, a un certo punto, la fortuna non basta.
A un certo punto ti sei chiesto se non fosse meglio smettere, ma in fondo, non stavi facendo del male a nessuno, anzi, proprio per non farlo ti sei trovato in questa situazione. Ti sei sempre nascosto, sapendo che se qualche bambino ti avesse visto lo avresti turbato troppo per andartene con la coscienza pulita. E se ti avesse visto qualche adulto… non sapevi come avrebbe potuto reagire.
D’inverno è chiaramente più facile, puoi indossare delle grosse giacche che nascondano tutto, ma nei mesi caldi è davvero problematico, quindi cerchi di trattenerti. Ma non è così facile.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, no Signor Giudice?
Cambiavi spesso scuole, in modo da passare il più inosservato possibile e fare in modo che nessuno notasse sempre lo stesso adulto che non prende mai nessun bambino da portare a casa all’orario di uscita. Nelle grandi città è più facile, perché ci sono più scuole nel mezzo di traffico e caos.
Continui a pensare.
Non riesci a smettere di pensare.
Non riesci a smettere.
Ma no.
No.
Non è vero.
Non è vero niente.
Non è vero che non riuscivi a fermarti.
Non volevi fermarti.
Ma tu hai raccontato la tua versione dei fatti, sempre con accuratezza di dettagli, per far capire come stavi male, quanto era difficile per te. E le persone ti guardavano schifate. Sei una persona malata, ora l’hai accettato, ma prima non lo sapevi, non te ne rendevi conto, come potevi?
Come potevo fermarmi da solo? Me lo dica: come? Ditemelo voi che siete tanto bravi, che giudicate le tie azioni senza essere mai stati nella tua testa!
Non potevi.
Ma no, non è vero neanche questo.
Se sapevi di doverti nascondere, se prendevi ogni volta delle accortezze, se sapevi di dover proteggere gli altri da te stesso, i bambini… allora sapevi anche che quello che stavi facendo era sbagliato?
Ma io davvero stavo attento. Io non volevo che soffrisse nessuno.
Solo che prima o poi, accade.
Ti hanno visto, ma tu non hai visto loro. Non li hai visti prendere in mano i cellulari, filmarti, chiamare le forze dell’ordine. Non hai visto i poliziotti in borghese pedinarti, entrare in casa a controllare l’impianto di areazione e mettere le telecamere, allontanare tua moglie che doveva prendersi cura di sua sorella. Non hai visto nulla. Eri talmente coinvolto da quello… che non ti sei accorto di nulla.
Eppure, avrebbero semplicemente potuto chiedermi di allontanarti da quella scuola, e non mi sarei più fatto vedere. A volte, nella vita, basterebbe un po’ di gentilezza in più, no?
La sentenza uscirà domani, ma già sai cosa ti aspetta.
Continui a camminare e ti accorgi di non sapere dove sei finito. Ti guardi intorno, cerchi di orientarti.
Vedi un cartello di pericolo, quello che ti avverte della possibile presenza di bambini nelle vicinanze, quello che ti dice di stare attento perché potrebbero correre in mezzo alla strada.
Un segnale di pericolo, che dice semplicemente di fare attenzione ai bambini.
Fate attenzione ai bambini, dice.
Hai mal di testa.
Dovresti andartene.
Dovrei andarmene.
Dovresti andarmene.
Devo andarmene.
Vattene cazzo.
VATTENE.
VATTENE!
Ma tanto, è già finita.
I cartelli di pericolo non bastano Signor Giudice, perché ti avete lasciato libero?
Apre gli occhi, è nel suo letto. Perfetto.
Si può alzare: infila le ciabatte e si dirige al bagno per la tradizionale pisciata mattutina.
Sembra tutto regolare, tutto a posto.
Non ricorda cosa ha sognato però, non è mai un buon segno.
Scrollatina e via, a fare colazione (sì, si è lavato le mani).
Oggi latte e cereali, li ha comprati lui? No. Spera che sia stata Chiara e li versa nella ciotola. Muesli con scaglie di cioccolato, tira un sospiro di sollievo.
Deve cercare di ricordare cosa ha sognato sta notte, ma proprio non gli viene in mente.
Il latte per fortuna non ha una consistenza strana.
Torna in bagno per lavarsi i denti, prima controlla che lo spazzolino sia effettivamente il suo, poi spreme il dentifricio quasi finito, come ricordava.
“Questa storia prima o poi dovrà finire”, pensa.
Si sorride allo specchio per controllare che sia tutto a posto: denti puliti, bianchi. Molto bene, si avvia verso la doccia, la barba può aspettare fino a domani. Accende la stufetta del bagno, apre l’acqua, si spoglia, entra in doccia, inizia a lavarsi. Fin qui tutto bene. È il momento di mettersi qualcosa addosso e andare a lavoro. Armadio, vestiti, cassetti, scarpe: tutto è normale e può vestirsi in pace. In pace si fa per dire, visto che è sempre pronto a fronteggiare qualche imprevisto.
Prende le chiavi, la tracolla ed esce di casa. Gira le chiavi nella toppa e nel mentre sente che anche la sua vicina di casa apre la porta per uscire.
“Buongiorno Mattia”
“Buongiorno!”
Ma non si ferma a fare convenevoli, tira dritto verso le scale e in pochi secondi esce dal portone di casa. Si guarda intorno, okay, tutto a posto. Si dirige verso la macchina e…
“E figurati!” urla.
Nella macchina, sul sedile del conducente, Mattia trova il cadavere di una donna in putrefazione. Butta la tracolla a terra, furibondo, e inizia a imprecare.
“Figurati se una notte tranquilla la si può passare, e no! Un altro bell’incubo di merda! Un fantastico cadavere sui sedi… oh cazzo!” e Mattia inizia a correre non appena il cadavere sentendo la sua voce, si sveglia e decide di scendere dall’auto.
“Aspetta!” urla il cadavere iniziando a correre per inseguire Mattia.
“Ma aspetta cosa?” risponde Mattia continuando a correre
“Non sono morta”
“Bè di questo me ne sono accorto grazie, ma quel tuo occhio penzolante mi fa comunque un po’ schifo”
“Devo dirti una cosa”
“Non ne ho bisogno, gentilissima”
“Questo non è un sogno”
Mattia si arresta. “Come non è un sogno? È sempre un sogno. Cioè, un incubo. Faccio incubi quasi tutte le notti e finché non muoio non mi sveglio. Cosa vai dicendo, cadaveressa?”
La donna cadavere lo raggiunge, col fiatone, e prosegue. “Ho… un… messaggio… per te”
“Ah, e quale sarebbe il messaggio?”
All’improvviso un sorriso si fa strada sul suo volto: “che faresti meglio a non credere agli estranei, idiota” e detto questo gli mette le mani al collo, strozzandolo e cercando al contempo di baciarlo.
“Ma… che… cazz… schif…” in qualche modo strano, di quei modi strani in cui sogni le cose e non ti spieghi come sia successo, Mattia riesce a divincolarsi e ricomincia a correre. All’improvviso inizia a piovere. Sangue.
“Ma che due coglioniiii” inveìì il sognante.
“Fermatiii”
“Se se, speraci” dice tra sé e sé, mentre cerca di levarsi i capelli lerci dagli occhi. Decide di infilarsi dentro un vicolo e il cadavere, che non ha tolto i capelli lerci dalla faccia, non lo vede e continua ad andare avanti pregandolo cortesemente di arrestare la sua corsa. Peccato che dai tombini della città, iniziano a risalire tutti gli scarichi e l’odore nell’aria non diventa particolarmente piacevole.
“Io tutto questo però non me lo merito”
Guardingo esce dal vicolo, fa qualche passo per tornare alla macchina e, cadendo dal cielo, gli si para davanti un altro cadavere, con un bel coltellaccio dalla lama di 30 cm nella mano destra.
“Va bene, affettami” gli dice Mattia, rassegnato, allargando le braccia e formando una croce col proprio corpo: almeno così l’avrebbe fatta finita. Il cadavere non se lo fa ripetere due volte e con un balzo gli salta addosso e inizia a pugnalarlo al petto. Il ragazzo crolla a terra ma l’assassino non si stacca da lui, anzi, continua a infilzarlo senza pietà.
Mattia è stremato e vuole solo svegliarsi, ma il cadavere non mette fine alle sue sofferenze, infatti si alza in piedi e lo contempla, poi inizia a ridere. Il nostro infauto protagonista non ce la fa più e inizia a prendere a tesate il marciapiede, sporco, putrido e puzzolente, ma questo non lo ferma: vuole uscire dal suo incubo. Al cadavere però, questo non piace, allora lo colpisce alla testa col culo del coltello e Mattia sviene.
Apre gli occhi, è nel suo letto. Perfetto.
Si alza e va dritto verso il bagno, ma non ricorda cosa ha sognato: non è un buon segno.
Lei stava tagliando una fetta della sua pietanza, visibilmente infuriata, e buttò giù il primo boccone.
Lui, invece, dalla parte opposta del tavolo, non toccava cibo.
“Dovresti mangiarlo, è ottimo” disse con un tono secco e distaccato.
Lui non rispose.
“Tu guarda di che cazzo di gente devo andarmi a innamorare. Un coglione sei: UN COGLIONE!” gli urlò addosso. “Tutto hai rovinato, tutto quanto”.
Nel frattempo lui continuava a tacere, sembrava pietrificato, e lei continuava a mangiare.
Decise di rimanere in silenzio anche lei, per qualche minuto, mentre si strafogava con ciò che aveva nel piatto. Poi però, non riuscì più a trattenere le parole: “Tu hai idea del lavoro che ho fatto su me stessa per avere una cazzo di relazione normale? LO SAI? Certo che non lo sai, o meglio, lo sai ma NON HAI CAPITO UN CAZZO. Tutti gli anni di terapia per uscire dal personaggio che mi ero costruita per difendermi, tutti gli sforzi fatti per sviluppare un minimo di empatia che avevo sotterrato sotto strati di insicurezza, paure, ossessioni e la mia infanzia di merda. LO SAPEVI! SAPEVI TUTTO BRUTTO BASTARDO!”
Non riuscì più a mangiare, seppur avesse quasi finito il suo piatto. Lo fissò a lungo, nei suoi occhi il disprezzo più feroce. Lui, dal canto suo, oltre a non ribattere minimamente neanche provava a sostenere lo sguardo, ma lei non ne era affatto stupita.
“E quando ti ho conosciuto non hai idea degli sforzi che ho fatto per te, porca puttana. TI AMAVO, BRUTTA TESTA DI CAZZO” e all’improvviso scoppiò a piangere. “Che senso ha avuto tutto questo? Perché per cercare di stare bene con se e con gli altri ho dovuto attraversare tutto quel dolore? È servito a qualcosa? Sono stata realmente più felice ora? E adesso come sto? E tu, come stavi? ”
Pianse ancora a lungo, poi cercò di darsi un contegno. Prese il tovagliolo da sotto le posate e si asciugò il volto.
“Non credevo che avessi paura di me” alzò lo sguardo verso di lui, ma non si era mosso di un centimetro.
“Credevo che mi avresti capita, che avresti guardato oltre al mio disturbo e che avresti visto la persona e la bellezza che anche io porto dentro di me. E invece ti ho solo messo sulla difensiva, forse devo ancora imparare qualcosa sulle relazioni, non è stata tutta colpa tua”
Guardò di nuovo nel suo piatto, proprio non riusciva a finire di mangiare e non poteva di certo biasimare lui per non averci provato. Allora si alzò, iniziò a sparecchiare e mise il suo avanzo nel piatto di lui. Lo guardò da vicino e ne rimase incantata come la prima volta che lo vide. Sorrise e gli accarezzò i capelli come segno di tregua, ma la testa di lui, che era stata in equilibrio fino ad adesso, perse il baricentro e cadde violentemente con tutto il busto sul tavolo. Lei si ridestò all’improvviso e in fretta lo rimise seduto con la testa appoggiata sulla sedia, cercando di ritrovare l’equilibrio. Lo fissò ancora per qualche secondo, sorridendo nuovamente, ma senza toccarlo. Poi si avvicinò al suo orecchio e gli sussurrò “mi dispiace”.
Prese il piatto con sopra l’avanzo del cuore di lui e lo gettò nell’umido.
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