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“Un cono tre gusti, grazie”
Roberta adorava il gelato, era una vera esperta. Ogni volta che andava in vacanza, a trovare degli amici o quando cambiava casa -e negli ultimi cinque anni aveva vissuto tre traslochi- faceva un tour delle gelaterie più rinomate nelle vicinanze dell’appartamento. Finito di gustare, e analizzare, il gelato, scriveva una valutazione nel suo file excel che teneva nella home del cellulare . Una cosa che la divertiva, soprattutto le prime volte che andava in una gelateria nuova, era ordinare tre gusti con la stessa iniziale.
“Cioccolato, cachi e croccante all’amarena”
Poi osservava la reazione dei gelatai e prendeva nota.
Marcato stupore: sei punti.
Completa indifferenza: zero punti.
Evidente inarcamento delle sopracciglia, ma servizio senza indugi: dieci punti.
Aveva messo in grande difficoltà un povero ragazzo una volta, probabilmente fu il suo ultimo giorno di lavoro: zabaione, zenzero e zuppa inglese. Vi giuro che nelle vasche c’erano tutti e tre.
“Che gusti mettiamo?”
“Mmmmh allora. Melograno, mimosa e moccaccino”
“Melograno, mimosa e moccaccino”
“Esatto”
“È sicura?”
“Proprio in quest’ordine”
“Va bene”
L’omaccione che la stava servendo alzò le spalle e proseguì con l’ordine.
Undici punti per l’interesse dimostrato e la conseguente strafottenza.
Roberta se lo mangiò con gran gusto e annotò nel suo file aspetti positivi e negativi di ogni gusto. Avrebbe potuto farlo di mestiere, ma era davvero complesso entrare nell’ambiente della critica culinaria, soprattutto senza agganci. E ormai era allergologa da 12 anni: andava bene così.
Mentre soffiava il melograno giù per il cono, in modo da gustarselo fino all’ultimo morso, le telefonò sua madre.
“Proncio, sì, ciao mamma.
No no, non ciono raffreddacia, sto mangiando.
Un gelato.
Sì, tre gusti.
Sì, improponibili.
Sì, ora ho finito il morso.
Sì, lo mangio ancora a morsi. La chiamata era per il gelato o avevi bisogno?
Le chiavi di casa.
Eh.
No, non le ho io.
Sì, sono sicura.
Mamma non ho bisogno di guardare in borsa, non vengo a trovarvi da due settimane non le ho io le tue chiavi.
Come non esci di casa da due settimane? Perché?
Ah.
Ah sì, certo.
Mi sembra giusto.
No no, aver litigato col custode mi sembra un ottimo motivo per non uscire di casa.
Sì.
Sì, sono ironica, esatto.
Brava sì, mi hai riconosciuto, non te la posso più fare sotto il naso.
Sì, esatto, ero ironica di nuovo.
Perché hai litigato col custode?
Ah.
Ooooh.
No, purtroppo è serio stupore, non è ironia.
E papà?
Giusto, cazzi tuoi, mica suoi, ormai sei grande.
E Giusy?
Eh lo so che è la moglie del custode, ma è anche amica tua.
Ah dice che sono cazzi del custode, mi sembra giusto anche questo.
Certo che anche tu però…
No dico…
Si ma…
Okay, non urlare!
Ho capito ma…
Si ma…
Okay, ma…
VA BENE, MADRE SANTA! VA BENE!
Sì sì, hai ragione, evitiamo il blame the victim.
Il blame the victim.
B L A M E T H E V I C T I M
BLEIM DE… hai ragione tu, vuol dire.
No, non sono ironica.
Cioè, non ci ho capito niente, quindi non so se sono seria o ironica.
Mamma, non lo so cosa sto dicendo, sono stremata.
Sì, a lavoro tutto bene.
No mamma, non ho problemi di cuore.
Sì, ho capito che non intendo l’organo principale del sistema cardiocircolatorio, ma la mia vita sentimentale.
Sì, anche il cuore vero sta bene, perché non dovrebbe?
Il tuo organo principale del sistema nervoso sta bene?
Non so, chiedo.
Non si sa mai.
Ora sono stronza perché mi preoccupo per mia madre?
Sì, sono di nuovo ironica.
No, non smetterò facilmente.
Oddio mamma: no! Non le ho io le tue chiavi, perché dovrei avere le tue chiavi?
Le avrà il custode.
Pronto? Pronto?
Vabbè”
Roberta mise il cellulare in borsa e si diresse verso casa, finendo di aggiornare la sua tabella excel e canticchiando una canzone dei Florence+The Machine.
Tornata a casa notò con un certo disappunto che le sue chiavi non entravano nella toppa e si rese conto che, effettivamente, non aveva mai avuto un ponpon rosa e peloso come portachiavi. Avrebbe dovuto richiamare sua madre. Era meglio farlo col supporto di un altro cono gelato.
“Pannacotta, pistacchio e pompelmo”
-Ehi!
-Oh ciao!
-Come?
– Bene bene, tu?
– Bene, grazie
-Oh bene
-Sì sì
-Ma
-Sì?
-Alla fine tu?
-Cosa?
-Tu hai più
-No
-No?
-Per carità
-Ah
-Perché tu
-Eh
-Ooh
-Ah-a
-Ma sicura?
-Eh si
-Mah
-Mah?
-Secondo me non
-Eh grazie, facile
-Ma non è che?
-No no
-Ah quindi proprio
-Proprio
-Proprio
-Già
-E quindi cosa?
-Mah, sai
-Ah ecco
-Che?
-Dico, ecco
-Ecco che?
-Che so
-E si che sai
-Però non
-No, tu non
-Tu sì
-Io sì
-E lui?
-Eh lui
-E tua?
-Eh mia
-Pazzesco
-Chi l’avrebbe mai
-Io no
-Io neppure
-Eppure
-Ma per caso?
-Quasi mai
-Meno male
-Perché?
-Eh altrimenti
-Ma no
-Ma pensaci
-Non ci avevo
-Questo spiega
-Ora che ci, però
-Eh, attenzione
-Dovrei
-Farai
-Assolutamente
-Senti ma
-Ma sì dai
-Macchiato
-The verde
-Ah ma pensa
-Medico eh
-Ahia
-Temporaneo
-Incrociamo
-Tu dopo?
-Come al solito
-Vorrei io
-No
-Ma io
-No
-Perché?
-È solito mio
-Potrebbe
-Non vorrei
-…
-E dai
-…
-Su non
-Lascia
-Ma io
-Chi se no
-Ma, è il solito!
-Strozzati
-Anche a te e famiglia
Tic. Tic. Tic.
Aurora è una di quelle poche ragazze a cui la pioggia piace. Le dà un senso di pace il suono delle gocce che cade sulla finestra di camera sua, la rilassa il colore grigio del cielo, le piace lasciare l’ombrello a casa e ripararsi solo con il cappuccio del suo impermeabile rosso. A volte, come oggi, se inizia a piovere mentre passeggia verso casa, abbassa il cappuccio e non rientra finché i suoi corti capelli biondi non diventano completamente zuppi.
È quasi ora di cena e, dopo essersi goduta una corsetta sotto la pioggia, Aurora fa una bella doccia bollente. Dopodiché, con i capelli avvolti da un asciugamano, esce dal bagno alla ricerca di un paio di mutande e vede illuminarsi il cellulare: è arrivata una notifica. Infila le mutande, stacca il cellulare dal carica-batteria e si butta supina sul letto. Sblocca il cellulare e legge un messaggio di Matteo: “Mi manchi”.
“Ma vaffanculo” dice ad alta voce Aurora, chiudendo la chat e alzandosi dal letto. “Ecco come rovinare una splendida giornata di pioggia”.
“Credo sia un po’ eccessiva come reazione” ribatte il suo orsetto di peluche, che al momento è posizionato su una sedia della stanza, di fianco al suo comodino.
“Bruno, non fartici mandare pure tu eh”
“Ho solo espresso il mio pensiero”
“E chi se lo incula il tuo pensiero” rispose Aurora mentre aggancia il reggiseno.
“Buongiorno Principessa”
“Ah, adesso si mette il dito nella piaga e si vuole pure l’educazione?”
“Se si tratta di una piaga forse è il caso di curarla, Auri. E come si curano queste piaghe? Andando fino in fondo”
“Mmmmmmh” è la risposta esaustiva della ragazza, che allega al suono anche una roteazione dei bulbi oculari.
“Auriiii…” cantilena il giocattolo.
“Che c’è!?”
“Hai messo la maglietta al contrario”
Aurora gli scocca uno sguardo torvo. Poi si accorge che ha ragione e gira la t-shirt.
“Si può sapere che cosa ti ha fatto?”
“Niente”
“Non ti ho mica chiesto che cos’hai”
“Oh ma oggi sei simpaticissimo”
“Ha parlato miss yogurt scaduto”
Aurora si mostra vistosamente scocciata al suo morbido amico, poi entrambi scoppiano a ridere.
Finisce di vestirsi e si ributta sul letto, prendendo di nuovo in mano il cellulare.
“A chi scrivi?”
“A nessuno”
“Non lo dici a Stefania?”
“No”
“NON LO DICI A STEFANIA?” domanda sconvolto Bruno. “Allora è grave, allora è qualcosa di grosso, allora… allora è colpa tua!”
“Ma colpa di cosa?”
“Matteo non ha fatto niente, sei tu che hai fatto qualcosa”
Aurora sbuffa.
“Ci ho preso!” esulta Bruno con la voce, rimanendo completamente immobile sulla sedia. “Lo hai tradito?”
“Cosa? Ma che persona pensi che io sia?”
“Ti sei innamorata del fratello?”
“Va bè, fa niente, grazie del contributo”
“Della sorella?”
“Ma basta!!”
“Okay okay, scusa. Lo so, ho esagerato”
“Non mi va di parlarne, ho solo deciso di allontanarmi da lui per un periodo di tempo non specificato. Sì, è una cosa che è partita da me, no, nessuno dei due ha fatto niente di male”
“Vero, che ti amo ancora vero, che ti ho tradita falso…” canticchia in risposta Bruno.
“Ma davvero?”
“Cercavo di sdrammatizzare”
“Serio mai”
“Permalosa sempre”
“Vedo che mi conosci”
“Da venti lunghi anni, ahimè”
“Ti ricordi la prima volta che mi hai parlato?” dice l’umana, sorvolando sull’ahimè.
“Se me lo ricordo? Madonna tra un po’ mi staccavi la testa dal corpo!”
“Pensavo fossi indemoniato, che ne sapevo io: avevo otto anni”
“Sì ma ti avevo solo chiesto se mi grattavi un po’ il pancino, mica di uccidere tua madre”
Aurora gli sorride.
“Anche a me manca”
“Lo so”
“Cosa devo fare?”
“Dirglielo”
“Perché?”
“Perché è vero”
Aurora riflette per un po’, distesa sul letto, mentre guarda il soffitto. La pioggia continua a battere il tempo sul vetro della sua finestra.
Tic. Tic. Tic.
Si alza e va a guardare fuori, ormai si è fatto buio e può godere del suo spettacolo preferito: la luce arancione dei lampioni che si riflette nelle pozze d’acqua sui marciapiedi, mentre la pioggia, continuando a cadere, rende quell’immagine indefinita.
“Non credo che la verità basti”
“E che motivazione vorresti sentirti dire?”
“Non lo so. Forse nessuna motivazione.” Si allontana dalla finestra e va a sedersi sul letto, rivolta verso la sedia su cui è poggiato il suo unico peluche, con le gambe incrociate sul materasso.
“Forse dovrei semplicemente smetterla di esagerare sempre in tutto. Esagero nell’essere così drammatica e faccio l’incompresa quando in realtà sono un libro aperto. Perché fingo? Perché cerco di sembrare quello che non sono? Io non ho una scarsa autostima, non manco di fiducia negli altri, non sono timida, non fuggo dalle situazioni difficili e non mi offendo praticamente mai. Allora lo sai perché fingo di essere così? Perché tutti quelli che conosco sono fragili e io mi sento una stronza a non esserlo. In più, senti che chicca, ho quasi paura a mostrarmi forte perché non mi sentirei capita e farei sembrare tutto facile. Non è che se una persona ha sicurezza in se stessa allora significa che è tutto in discesa, che non fatica a superare gli ostacoli o che addirittura sia meno sensibile degli altri”
Fa una pausa, ripensa a ciò che ha appena detto, parola per parola.
“Come può una persona sentirsi inadeguata perché… non si sente inadeguata? Ti rendi conto del paradosso? Sono ridicola.”
“Ommioddio!”
“Cosa?”
“Hai paura di dirgli che sei vegana!”
“Madre santa, Brunooooo. No: ho paura di dirgli che sono più forte di lui”
“Bè, ci ho quasi preso”
Tic. Tic. Tic.
“Okay Google, che tempo farà oggi?”
“In Paradiso oggi sarà prevalentemente soleggiato, con una massima di 24° e una minima di 19°”
“Okay Google, grazie”
“Non ho finito”
“Oh scusa Google, continua”
“Brevi temporali sparsi in arrivo”
“Brevi temporali sparsi? Ma hai appena previsto un tempo soleggiato”
“Prevalentemente. E potrebbe cortesemente smetterla di chiamarmi Google, Signore?”
“Scusi dottor Giugliacci, è l’abitudine”
“Se non le dispiace, avrei del lavoro da sbrigare. Non sbaglio una previsione dal 2025 e vorrei mantenere questo record”
“Certo, prego prego. Vada pure” lo congedò Signore. Così il dottore saltellò su qualche nuvola più in là, a sinistra del Padre.
Brevi temporali sparsi.
In arrivo.
Non prometteva nulla di buono.
L’ultimo temporale in Paradiso risaliva a millenni terrestri prima, quando Gesù aveva dato di matto dopo la sua crocifissione, furono tre giorni terribili. Voleva assolutamente tornare sulla Terra per fingersi un fantasma e terrorizzare i Romani.
In Paradiso il meteo riflette il benessere e la quiete dei suoi residenti. A seconda dell’intensità del loro malessere o delle loro azioni, il tempo poteva peggiorare più o meno a lungo e più o meno gravemente.
Brevi temporali sparsi forse poteva reggerli e risolverli rapidamente.
“Raf, raf, raf”
Quel rantolo non gli piaceva affatto. Avrebbe potuto riconoscerlo ovunque: era Kerosene, la piccola bulldog francese a due teste, figlia di Cerbero. Diavolo la mandava liberamente a spasso per i tre Regni dell’aldilà, purché arrecasse un senso di fastidio sottile ma costante. Ciò che preferiva era sbavare, marcare le nuvole, strappare qualche piuma dalle ali poste sugli appositi appendi-ali fuori dagli uffici, infine rubare e mordicchiare qualche aureola.
Oggi però, non era sola, il suo rantolo era accompagnato da un rumore di zoccoli. In quel momento Signore capì che il primo temporale era in arrivo. Eh no, non grazie alla sua onniscienza: il cielo si stava scurendo.
Poco dopo, quadrupede e accompagnatore balzarono sulla sua nuvola.
“Ehi Boss”
“Ciao Diavolo, accomodati”
“Che è sta faccia? Di solito sei meno ingessato quando ci vediamo”
Era vero, ma Signore si limitò a indicare il cielo.
“Ops, allarme spoiler”
“Forza, dimmi subito di cosa ti vuoi lamentare oggi, così non la tiriamo troppo per le lunghe. E fai stare buono quel cane”
“Kerosene è buonissima”
“Il sindacato dei cherubini non è della stessa opinione”
“Raf! Raf! Raf!”
“Ahahah, Kerosene mi fai scassare! Hai sempre la battuta pronta, vero che hai sempre la battuta pronta? Sì che hai sempre la battuta pronta, piccola cagnolina scorreggiona del paparino”
“Diablo! Possiamo arrivare al dunque?”
“Ah sì, giusto. Il dunque: ho deciso di andare in pensione”
Il primo tuono squarciò il cielo. Signore rimase pietrificato.
“Wow che lampo! E chi se lo aspettava così folgorante? Ah-a un effettone!” esclamò esaltato Diavolo.
“C-cosa significa pensione?” disse Signore, quasi ridestato dallo shock.
“Okay Google, cosa significa pensione?”
“IO NON SONO GOOGLE!”
“Lascia stare il dottor Giugliacci”
“Scusi dottore, è l’abitudine”
“Cosa caspita significa che vuoi andare in pensione?”
“Significa che sono millenni terrestri che mi occupo degli altri e credo finalmente di meritare di farmi i cazzi miei”
“Prendi ferie”
“Vado in pensione”
“Ti trovo un altro aiutante”
“Vado in pensione”
“Preferisci un’aiutante di sesso femminile?”
“Preferisco andare in pensione”
“Ma perché? La tua non è una valida motivazione”
“Non è che se tu vuoi lavorare per l’eternità allora devo volerlo per forza anche io”
“Ma Diablo: siamo soci alla pari, tutte le idee migliori sono state tue e l’ho sempre riconosciuto, abbiamo creato insieme questo business e il bello è che questa società non potrà mai fallire perché son tutti associati per diritto di nascita! Abbiamo creato un mondo e tutto ciò che lo governa! Abbiamo fatto scintille e possiamo farne ancora!”
Il secondo tuono risuonò nell’aria.
“Cazzo sei carico pure tu vedo!”
“Sai che non apprezzo questo linguaggio, ho già finto di non sentire il primo turpiloquio” disse glacialmente Signore.
“Va bene, non turpiloquierò più, ma Boss devi darti una calmata”
Fece un grosso respiro prima di rispondere: “Tu vieni a dirmi che vuoi andare in pensione, che vuoi abbandonare il sogno che coltiviamo da quando siamo delle misere creaturine, che vuoi lasciarmi l’intera gestione di una gigantesca azienda completamente da solo e io dovrei-stare-calmo?”
“Ma tu non hai più bisogno di me” rispose con pacatezza l’amico.
“MA COSA STAI DICENDO?!?!”
“Ragiona, da quando l’uomo ha scoperto la tecnologia, tutto è andato per il meglio”
Un terzo lampo interruppe la loro conversazione, proprio nel momento in cui Dio lo fulminò con lo sguardo.
“Sto parlando del mio settore! Chiaro che il tuo sia precipitato, ma è così che funziona: si controbilanciano. Ora però, saranno almeno trent’anni terrestri che io non intervengo più nei loro affari: ho fatto l’esperimento di non intromettermi più, gli umani si stanno distruggendo con le proprie mani! Già a partire dall’urbanizzazione l’uomo ha preferito soddisfare i propri interessi piuttosto che pensare al bene comune e alla cura dell’ambiente. È dall’800 che gli umani sanno che stanno inquinando irrimediabilmente il loro pianeta. Il veganesimo e il movimento no-global sono falliti già prima di nascere. C’è gente che muore di fame e l’all you can eat costa 9,99€. Le nuove tecnologie dividono le persone anziché avvicinarle e ogni giorno nasce un nuovo complotto – e un nuovo complottista che non capisce niente manco per sbaglio-. Secondo i miei calcoli tra tre giorni scoppierà una nuova guerra civile in Canada. In Canada!
Io DEVO andare in pensione. L’uomo è già corrotto a sufficienza e io voglio andarmene all’apice del mio successo. Ma soprattutto, voglio levarmi di torno prima di avere la tentazione di intervenire: se cederò, sarà un punto di non ritorno, sia per gli umanoidi che per la nostra società”
Iniziò a piovere. Il suo ragionamento era spaventosamente sensato.
“Raf, raf, raf”
“No Kero, non è il momento adesso”
“Il mondo sta andando a puttane” asserì Signore.
“I turpiloqui!” rispose sconvolto Diavolo.
“Come rimediamo?”
“Bè potresti dire peripatetiche”
“Intendo con i disastri che stanno accadendo sulla Terra” sbuffo Signore.
“E che ne so. Io rompo, sei tu che aggiusti”
“Sì, ma adesso non sei tu a rompere”
“Bel problema” disse picchiettandosi un dito sul mento. “Bè, io andrei in pensione per iniziare”
“E io?”
Silenzio.
“Devi proprio andare in pensione?”
Mano a mano, la pioggia si faceva più rada.
“Non posso cambiarti di funzione?” riprese Signore, ironicamente ma con una lievissima speranza.
“Lo sai che questa è l’unica cosa che so fare, e la so fare anche molto bene. Devo andarmene o saremo entrambi disoccupati nel giro di poche settimane”
“Ma tanto gli umani si stanno distruggendo anche senza di te”
“Allora qualcuno dovrà fermarli”
Si guardarono senza dire più alcunché per diversi minuti. Ormai anche il rumore della pioggia aveva smesso ed era quasi inesistente. Il rantolio di Kerosene era invece costante.
“Lo sai che sono secoli che nessuno dei miei interventi funziona” rispose finalmente Signore. E aggiunse: ”Onnipotente un cazzo. Non è più come una volta”
“Lo so” cercò di consolarlo l’amico. Un nuovo silenzio si fece sempre più pesante, finchè Diavolo finalmente aprì bocca: “devi farti aiutare”.
E un nuovo tuono, più forte di tutti i precedenti, rimbombò in tutto il Paradiso.
Valentina, vuoi sposarmi? Sì.
Ma sì cosa, Valentina, cosa?
Mica avevo capito subito, pensavo così, in senso generale. In un ipotetico futuro dove le crisi ambientale, economica, educativa, sociale e di fame nel mondo fossero già risolte. Ci sono cose più urgenti su cui lavorare, se mi permetti. Guarda lo scioglimento dei ghiacci, guarda il cyberbullismo, guarda l’Africa: e noi siamo così egoisti da pensare a un matrimonio?
Inoltre non abbiamo neanche 30 anni, ci possiamo rilassare. Capisco la fretta di una volta che si moriva alla nostra età, ma ora abbiamo triplicato l’aspettativa di vita.
Pensa come sarebbe romantico sposarsi a 80 anni, eh? Fa già commuovere come storia.
Pensa come saremmo belli, tutti rugosi ma vestiti da Dio. Che attraversiamo la navata un metro al minuto, assaporandoci ogni passo perché, sai, potrebbe essere l’ultimo.
Pensa al risparmio per il pranzo: quanti amici saranno rimasti in vita? Dieci? Esageriamo, venti? E quanto pensi che mangeranno? Minestrina col formaggino mio, sorbetto al limone e via, risolto pure il menu.
Pensa che bello il planning!
Ore 6: sveglia (tanto quello è normale);
ore 8: tutti in Chiesa; ore 9: pillolina;
ore 10: foto;
ore 11.30: pranzo;
ore 13: tutti a casa per la pennica.
Ma che pacchia sarebbe?
Oppure potremmo aspettare fino a cento anni e intitolarlo “il matrimonio del secolo”! No, ma che idea geniale! Ci vedo già, che attraversiamo la navata in carrozzina spinti dai nostri nipoti, io voglio lo strascico attaccato alle maniglie.
Rivediamo tutto il planning.
Ore 6: sveglia, perché ormai sarà un must;
ore 6.30: pillolina;
ore 7: tutti in Chiesa, perché, che senso ha aspettare? Abbiamo aspettato tutta la vita;
ore 7.30 pillolina;
ore 7.45 un’unica foto di gruppo;
ore 8: andiamo a fare la colazione di matrimonio che è una botta di originalità e
ore 9: tutti a casa a vedere le repliche de La signora in giallo.
“Cosa stai dicendo amore?”
Millefoglie al limone, ho scelto!
Ricordati di essere gentile.
Gesù is watching you.
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