Ti è piaciuto?
Se vuoi puoi farmi sapere cosa ne pensi
Ricordati di essere
gentile.
Gesù is watching you.
Oppure inviami una mail all’indirizzo postmaster@laprospettivadelpinguino.it
Cara Gioia,
che dirti. Vuoi essere ricca? Vuoi smettere di contare quanti soldi ti rimangono sul conto due giorni dopo dal versamento dello stipendio? Bene, posso aiutarti io, basta che segui i prossimi passaggi. Su forza, vieni insieme a me, io ti guiderò. Tutto ciò che so te lo insegnerò.
In realtà è molto semplice. La gente la fa complicata perché ha paura e così ha una scusa per non fare niente. Tu invece sei coraggiosa, una leonessa della savana. Tu puoi, devi solo seguire queste tappe:
Se fai un lavoro mal pagato, sai di chi sono i cazzi? Tutti tuoi. L’hanno detto il giorno di orientamento all’università: “se sceglierete di fare questo mestiere di sicuro non lo farete per diventare ricchi ahahah”
Ma poi, ahahahah cosa? Era una risata o un richiamo d’aiuto?
Eppure tu lo hai scelto. La piccola diciannovenne piena di sogni e speranze che pensava “non importa, io farò un lavoro che mi piace e che mi faccia sentire bene con me stessa perché so di fare una cosa giusta, non mi interessano i soldi”. Spoiler: i soldi non ti interessano perché hai diciannove anni, incredibile vero?
Quindi SMETTILA DI LAGNARTI perché hai fatto tutto da sola, e procediamo.
Non puoi spendere meno di quello che fai adesso che non hai soldi, quindi devi scegliere un lavoro più remunerativo. No, fare la scrittrice non è remunerativo. No, lavorare nel settore comunicazione delle aziende green non è remunerativo. No, fare qualsiasi cosa che vorresti fare non è remunerativo.
Lo fai apposta?
Cosa vuol dire che non hai cambiato? Ti stai lamentando? Scusa, ti stai davvero lamentando? Credi che a trent’anni me ne freghi qualcosa di cosa ti piace o non ti piace? Ah si?
Bene, ricominciamo dal punto uno.
Viaggia insieme a me io ti guiderò e tutti ciò che so te lo insegnerò finché arriverà il giorno in cui
il giorno in cui
il giorno in cui
il giorno in cu-tu-tu-tu-tu…
Mi sveglio che è ancora notte e mi ricordo che sto per compiere trent’anni. In realtà li ho già compiuti, ma fingo che non siano ancora le sette e un quarto del mattino -ora a cui sono nata- e torno a dormire.
Alle otto del mattino mi sveglio ufficialmente, con il mio fidanzato che, più in coma di me, mi fa gli auguri di compleanno con ancora gli occhi chiusi. Per lui è romanticismo, per me è solo la prima pugnalata.
Io rispondo “mmhh”, lui si alza e va a lavorare. Facendomi di nuovo gli auguri, giusto per accettarsi del fatto che io abbia capito che la decadenza ormai è iniziata.
Rispondo con un “mmhh” leggermente più lungo del precedente.
Mezz’ora dopo mi alzo dal letto e da quel momento inizio a odiare il mondo.
Ebbene sì, faccio un lavoro per il quale tre giorni a settimana posso permettermi di alzarmi alle 8.30 del mattino, così ora odiate anche voi me e si ristabilisce l’equilibrio.
Ma torniamo a quel dannato giorno.
Decido di togliere la modalità aereo dal cellulare e, per una manciata di secondi, non ricevo nulla. Inizio a sperare di essere entrata in quella fase della vita per cui, anche se Zuckerberg ti ricorda un compleanno, tu rifiuti e vai avanti. Mi glorio di quel breve momento di pace che però, come tutte le gioie, dura troppo poco: il telefono e il Wi-Fi tornano a essere amici e i miei sogni vengono spazzati via da decine di verdi maligne notifiche WhastAppiane.
Decido di non leggere niente, non sono pronta.
Vado in bagno, dò una parvenza di umanità al mio volto e mi dirigo verso la cucina a fare colazione: trovo dei pasticcini. Bravo fidanzato, crudele ma bravo.
Sono felice e li mangio.
Finiti i pasticcini finisce il secondo breve periodo di pace interiore, così torno a odiare il mondo.
Vado ad accarezzare le mie gatte e mi sento compresa perché, anche loro come me, odiano qualsiasi cosa tranne le pappe umide. Loro, però, odiano tutto in ogni momento della loro esistenza: ho ancora tanto da imparare.
Ricevo alcuni messaggi vocali e alcune gif che mi rallegrano l’umore e devo ammettere che la combo gif più pasticcini inizia ad addolcire il mio umore. Ora, infatti, non odio più tutto il mondo, ma solo le terre emerse.
Mi vesto e indosso una maglia di Harry Potter, in perfetta linea con il mio millenial feeling, e sono pronta per andare a lavorare.
Mentre guido verso il centro diurno dove lavoro, ascolto passivamente Radio Deejay e penso a quanto sarebbe stato bello se il mio compleanno fosse stato durante il weekend, per poter rimanere in solitudine e far passare la giornata senza dover sorridere a nessuno. Ma, prima di riuscire a elaborare un piano diabolico che mi permettesse di non interloquire con nessun essere umano e al contempo rispettare i limiti del dovere e della legalità, trovo parcheggio.
Mi annoto la posizione perché l’età avanza ed esattamente il giorno prima ci ho messo 75 minuti a ritrovare la mia auto uscita da lavoro.
“Polizia Municipale di Torino, mi dica”
“Salve, volevo chiedere se la mia auto è stata rimossa”
“Mi dia targa e indirizzo… mmmh no: non mi risulta. Purtroppo devo consigliarle di andare a fare denuncia”
“In realtà credo solo di non ricordare dove l’ho parcheggiata”
“Ahahahah”
Ahahahah un cazzo Signor Vigile.
Entro in sede e un paziente esordisce a un volume di voce quasi impercettibilmente più alto del normale: “OHCIAOMICHELAÈARRIVATAMICHELACOMESTAIMICHELA”.
Dal fondo del corridoio percepisco delle flebili voci sussurranti: “Tienila di là: dille che stai male”.
“Michela: sto morendo”.
“Posso almeno andare alla macchinetta a farmi un caffè?”
“NOOO” urlano dalla regia.
Ma per quanto il mio malumore fosse rimasto incontrastato per tutte quelle ore, di fronte al ghigno del paziente e ai fiori delle colleghe con tanto di bigliettino delirante, anche lui ha dovuto cedere e lasciar spazio a un briciolo di inaspettata allegria.
Più la giornata proseguiva più sorprendenti sorprese mi sorprendevano, incuranti del mio ormai anziano cuore, che per fortuna ha retto. Mi sono trovata a ripensare al desiderio di passare la giornata sotto le coperte trasformandomi nel Grinch dei compleanni e, forse forse, la giornata che ho vissuto è stata migliore. A fine giornata non odiavo più le terre emerse, solo qualche capitale dittatoriale.
Ma perché ero – e in realtà sono ancora – così spaventata dai famigerati trenta? Forse perché ho sempre finto di non essere una persona adulta e adesso non potrò più farlo, forse perché mi sento perennemente in ritardo, forse perché ho paura dei cambiamenti, forse perché mi aspettavo di arrivare a trent’anni con una diversa attitudine, con una maggiore maturità e un pensiero laterale più sviluppato. Forse perché sono un po’ incazzata con i soliti standard e le aspettative con cui ognuno di noi lotta, tutti i giorni. Da una parte per soddisfarle, dall’altra per non diventarne schiavi. È sempre molto difficile cercare di fare la persona alternativa e poi aver paura di esserlo troppo o di non esserlo abbastanza.
Nonostante tutto, però, ho visto in lontananza i giorni per lottare contro le aspettative di quel grande mostro invisibile che sento giudicarmi e sovrastarmi. Erano ancora lì, che mi attendevano per accompagnarmi verso una pagina ancora da scrivere, tra stimoli, paure e la pizza con le patatine del sabato sera.
La vera sorpresa, quindi, è arrivata il giorno successivo, quando ho scoperto che – a quanto pare – dopo i trenta la vita continua.
Almeno fino ad adesso.
Max, I’ll se you in five years
Inizi per puro divertimento. Ti piace scrivere, ti piace la musica e sei povera. Allora provi a unire le tre cose e ti chiedi:
Scrivere di musica mi porterebbe degli introiti oltre che a tanta felicità?
La risposta è no, ma ancora non lo sai.
Ci provi: scrivi a tutte le redazioni che ti vengono in mente, fai ricerche, scopri testate giornalistiche di cui non hai mai sentito parlare – e forse era meglio così-. Ma scrivi anche a loro, perché bisogna essere umili nella vita e speri di ricevere una risposta. Una risposta che stai ancora aspettando insieme alla lettera di ammissione ad Hogwarts.
Mentre aspetti il tuo gufo e la fine della crisi economica del 2008, vieni a conoscenza del magico mondo delle webzine, anche se non sai quale sia la pronuncia corretta.
Ma cos’è una webzine?
Se volete una definizione facile facile potete consultare Wikipedia, altrimenti potete fidarvi di me: una webzine è una rivista online… punto. Direi che è stato semplice, pat pat a me. Ma proseguiamo: a questa rivista partecipano giornalisti, redattori, grafici e fotografi che non vengono pagati neanche in goleador o monete di cioccolato. E allora, visto che al momento pare che nessuno sia disposto a pagarti, provi qui.
Ti trovi benissimo.
Ascolti album in anteprima, vai ai concerti senza pagare il biglietto, conosci nuovi artisti emergenti e te ne appassioni. Vorresti farlo per il resto della vita.
Certo, se ti pagassero non ti farebbe schifo, ma evidentemente devi fare un po’ di gavetta, cosa che, in tutta onestà, approvi: credi che sia indispensabile in ogni mestiere perché si possa crescere, professionalmente parlando. Certo, di solito una gavetta viene pagata, seppur miseramente, ma non soffermiamoci sul banale sostentamento di un essere umano (qui si dovrebbe aprire una parentesi molto più lunga di queste diciannove parole, purtroppo non è questo il momento).
Come in tutti i mestieri però, presto o tardi ecco la fase della disillusione. Arriva perché ti trovi a recensire per mesi e mesi album o EP di artisti che, quando finisce il primo ascolto, un po’ ti piange il cuore e un po’ ti sanguinano le orecchie. Soprattutto pensando che dovrai ascoltarlo almeno un’altra volta per scrivere un articolo decente. Oppure ti trovi a recensire album di artisti in due giorni, peccato che tu abbia anche un lavoro vero, quindi sai già che in quei due giorni non dormirai e non avrai una vita sociale (forse meglio, visto che non hai soldi per permettertela). Poi accade che ti venga assicurato un accredito per un live ma, quando ti presenti, il tuo nome non sia sulla lista. In più, quegli artisti per cui prima hai sempre ricevuto un pass per un concerto o un album in anteprima, improvvisamente vengono assegnati solo a redazioni di grande successo e tu non te lo meriti più Anche se fino a ieri queste riviste non sapevano neanche che musica facessero.
Infine ricevi una chiamata dopo una recensione negativa che, parafrasando, va più o meno così: “beh, se l’album non ti è piaciuto a sto punto l’accredito per il concerto non ti serve”.
E questa è solo una delle tante belle storie che accadono tra uffici stampa e redazioni che lavorano for free. Ma non preoccupatevi, questa cosa per fortuna accade solo in una porzione circoscritta della Terra: l’Italia.
Un po’ di critica sterile al nostro Bel Paese era necessaria, forse no, forse it’s too late to apologize. Ma tornando a noi, il problema fondamentale è che questa professione è vista, da chi lavora nel campo musicale, come una sorta di onore.
È un onore ascoltare un album in anteprima, esclusivamente in formato digitale su dropbox o altre piattaforme online perché la copia fisica te la inviano solo autografata da Colcazzo, e poter scrivere una recensione che se è negativa ti negano altri onori.
È un onore poter andare a un concerto gratuitamente da solo, ma poi scopri che ad altri hanno consentito da tre a dieci accrediti perché fanno parte del giro giusto.
È un onore condividere l’imprevedibilità dei musicisti e fissare un incontro a una certa ora e poi spostarlo all’ultimo momento, oppure non sapere proprio nulla fino all’ultimo minuto.
È un onore poter intervistare un artista emergente a 50 km da casa tua, respirare la sua stessa aria, dandoti circa 10 minuti di tempo tra un soundcheck e la loro cena pagando il viaggio di tasca tua.
Il problema è che dopo anni che lavori gratuitamente forse dell’onore, dopo un po’, non te ne frega più un cazzo.
Questa situazione non si smuoverà mai, perché io uno sciopero lo avrei fatto volentieri –facile, visto non avevo niente da perderci-, ma purtroppo a molti giornalisti e fotografi hanno fatto credere che oltre ad avere questo onore, dovevano pure dire grazie.
Allora ho provato a scrivere questa valanga di parole, sperando che avrebbe avuto il potere di esorcizzare la mia rabbia e la mia rassegnazione.
Devo dire che ha funzionato, ma purtroppo non è bastato. Non ho lasciato il mondo delle webzine per questo, i motivi sono molto lontani dal vil danaro, ma il problema rimane e, sentendomi io fin dalla prima elementare la paladina delle cause perse, eccomi qui a pubblicare il mio sfogo di quasi un anno fa. E no, ahimè, non è solo rancore.
Il mio scritto potrebbe benissimo finire qui, ma sento già la voce di mia mamma che mi dice
dai ma spiegaaaaa, raccontami qualcosaaaa.
In realtà non c’è proprio niente da raccontare, madre, perché appena mi sono trovata senza lavoro, a parte vestirmi bene per andare ai colloqui e ringraziare l’INPS di rientrare nei parametri degli aventi diritto alla disoccupazione, quello che sostanzialmente ho fatto è stato marcire sul divano.
Non rispondere male a tua madre.
Questo era mio papà, benvenuti in famiglia.
Visto che il loro due-contro-uno mi distrugge ogni volta, vediamo se riuscirò a far tacere loro, e la mia coscienza, provando a essere più prolissa.
5. Non ho scritto niente
“La creatività è l’intelligenza che si diverte” e una delle centomila frasi erroneamente attribuite ad Albert Einstein. In realtà ha detto “La creatività è una puttana e sparisce nei momenti meno opportuni”.
Quindi sì, la disoccupazione ti logora, ti impoverisce e ti imbruttisce, ma, ancor peggio, ti fa perdere completamente la voglia di cercare un lavoro. Perché poi, se lo trovi… ci devi andare. E non è che prima della disoccupazione mi svegliassi la mattina e gridassi al miracolo per la felicità di andare a guadagnarmi la pagnotta. Ma qualcuno lo fa?
Forse solo chi per lavoro indossa un pigiama da unicorno.
–
Quando ho compiuto 24 anni mi è venuta l’ansia perché mia madre alla mia età si era sposata. A 25 anni era diventata insegnate di ruolo, a 26 anni aveva un figlio e a 32 sono nata io.
Io ho compiuto da poco 29 anni, ho abbandonato un posto di lavoro da dipendente pubblico e ho due gatte. A metà: vivono a casa del mio compagno. Ma mi vogliono bene, lo percepisco.

Fino a poco tempo fa non mi facevo nessun tipo di problema a riguardo, mi sentivo giovane, perché io e mia mamma stiamo vivendo la nostra crescita in due epoche molto diverse tra loro, non aveva senso fare dei paragoni.
Ma poi, arrivano loro: i tuoi amici e i tuoi personaggi preferiti su Netflix che si sposano.
In un estate ho ricevuto quattro inviti nuziali e sapevo che il quinto sarebbe arrivato. Ma è arrivato prima il covid, e con lui tutto il tempo del mondo per fantasticare. E allora che fai, non inizi a pensare a quale vestito da sposa sceglieresti? A dove ti vorresti sposare? E dove andremo a vivere? E i figli come li chiamiamo? Una persona che venga a fare le pulizie in casa quando saremo sposati la assumeremo vero? Ma il viaggio di nozze sul cammino di Santiago è un’idea grandiosa o un’idea di merda? Guardali, amici e personaggi di Netflix, come sono felici e innamorati, anche noi lo siamo, no? Quando ci sposiamo? La proposta me la fai tu o te la faccio io?
Poi mi sono bloccata e ho pensato:
Ero talmente condizionata da tutti i matrimoni che vedevo in giro, che mi sentivo già in ritardo, in perenna affanno, senza rendermi realmente conto (perché dirlo è facile, crederci è un’altra cosa) che ogni relazione ha la sua storia, ogni persona ha i suoi tempi e i suoi desideri e soprattutto che sì, il desiderio di matrimonio in me esiste, c’è, lo vedo, in questo momento mi sta saltando con la manina e io ricambio graziosamente. Ma sentivo una parte di me che mmmmmmmmmmmmmh.
Sposarsi tra pocommmmmmmmmmmh.
Fare figli entro i trentammmmmmmmmmmh.
Cambiare casa per la terza volta in due anni senza sapere che lavoro farò domanimmmmmmmmmh.
Mentre quando pensavo a ciò che sto facendo ora, e che il covid non mi ha permesso di fare per due anni, capivo che ho ancora voglia di godermi la mia nuova casa, arredandola nei minimi particolari oppure di sentirmi libera di rivalutare continuamente i miei sogni e obiettivi, avendo qualcuno a fianco che riesca a capirmi e a dirmi cosa penso ma che non voglio ammettere.
E, a proposito di questo, godermi la mia relazione, attimo per attimo, assaporando i momenti condivisi e quelli in solitaria, sentire la sua mancanza, senza pensare che stiamo invecchiando. Quindi cos’ho deciso di fare? Ho preso in mano la mia vita? Ho sfanculato i progetti di una società che ci detta regole di omologazione che influenzano la vita di tutti noi? Ho deciso di vivere il momento? Molto meglio signori miei, molto meglio.
Ho avuto un breakdown emotivo e ho pianto come una quindicenne. Così, per sentirmi giovane ancora una volta.
Tempo fa, io come altre svariate centinaia di persone nel mondo, compii venticinque anni. Un numero importante che, per mettere poca ansia, viene soprannominato “quarto di secolo” da tutti i simpaticoni che ti fanno gli auguri (dovete morire).

Quel lontano giorno mi chiesi cosa significasse compiere venticinque anni: magari nulla, esattamente come compierne undici o cinquantasei. Magari invece no, altrimenti non sarei qui a scrivere.
Feci un rapido resoconto della mia vita e cercai di individuare gli elementi che ne resero gli ultimi anni una vera schifezza: persone, convinzioni, abitudini, pregiudizi, tutto. Decisi che, forse forse, era giunto il momento di tirare lo sciacquone.

Ciao cari, salutatemi Nemo.
Per me si è quindi trattato di una liberazione, di un grande risveglio. Una sorta di seconda pubertà.
Pubertà: periodo di merda della vita umana caratterizzato da un’incremento della velocità di crescita (che nessuno ha chiesto) e da modificazioni importanti della psiche.
Il tutto servito su un letto di brufoli e insicurezza.
[Treccani docet]
Purtroppo no, non mi sono cresciute le tette, ma qualcosa stava cambiando. Quindi, come altre svariate centinaia di persone nel mondo, fui assalita da innumerevoli turbe mentali perchè mi vedevo cresciuta e maturata sotto diversi aspetti, ma ancora un’eterna fanciullina rispetto ad altri.
Vorrei prendermi un momento per ringraziare Pascoli. Grazie Giovanni, grazie.
Il mio psichiatra continua a chiamarla Sindrome di Peter Pan, ancora non ne coglie la poesia.
In cosa diamine mi stavo trasformando? Non ero stata morsa da nessun ragno radioattivo, quindi il campo si restrise piuttosto facilmente. Potevo considerarmi ancora una ventenne o il mio piede si locava oramai nella celeberrima fossa?
Mi spiego meglio.
Guardandomi alle spalle non potevo che dirmi soddisfatta: una laurea, un master, un lavoro, un affitto che pagavo da sola. Mi convinsi del fatto che a soli venticinque anni avevo raggiunto degli obiettivi notevoli: mi meritavo proprio un pat-pat sulla spalla, una festa in mio onore, il tappeto rosso e la Regina Elisabetta che mi porge la corona.

Mi spiace, Carlo.
Poi però mi misi a pensare al futuro, alle bollette, al dentista, all’assicurazione della macchina, ai figli, ai nipoti e che i topi non avevano nipoti. E in un attimo vidi spuntare la prima ruga.
Capii allora che quello non era un punto di arrivo, ma solo l’inizio di una lunga vita nella quale segnare entrate e uscite. L’indipendenza ha il suo costo e i fondi per fare quello che mi pareva scarseggiavano. E, dopo tutti gli sforzi fatti, troveranno il modo di levarmi la pensione. Classico discorso da giovane.
Mi spiego ancora meglio.
Alla mia destra vedevo ventenni che coniavano nuovi termini e modi di dire che non facevano parte del mio bagaglio culturale, che mi chiedevano con che voto fossi uscita alla maturità, o quanti followers avevo su Instagram. Io ero ancora iscritta a My Space.
Alla mia sinistra assistevo a trentenni che si lamentavano del rallentamento metabolico, dei figli che avevano o che non avevano, che ti spiegavano quanto fosse bello rimanere a casa sul divano la sera (ante pandemiam) o di quanto si emozionavano ripensando alle audiocassette.
Io collezionavo dischi in vinile.

L’arringa finale.
A venticinque anni si presentavano quei sabato sera nei quali te ne sbatti di ciò che è giusto o non giusto e finisci a fare cosacce in auto, come i neopatentati. Solo che non lo pubblichi su Instagram Stories.
“Però ora lo pubblichi sull’internette”
“Taci coscienza”
Poi tornavi a casa alle sette del mattino, felice. Felice di quella felicità strana, serena, senza rimpianti. Non eri mai stata felice alle sette del mattino. Mai. Soprattutto da neopatentata.
Ma a venticinque anni ti capitava anche di leggere quel messaggio che proprio non volevi ricevere: Ehi, stasera pizza? Seguito da un minaccioso sta scrivendo…
Tu rivolgevi un triste sguardo al tuo brodino di pollo preparato con gran cura secondo la ricetta di mammà.
Modalità aereo: on
Buonissimo il brodino di pollo alle sette di sera.
Alla fine però, credo che i venticinque anni, di per sè, siano stati solo una coincidenza. Come si suol dire mi svegliai a quell’età, ma altre svariate centinaia di persone nel mondo avranno vissuto le stesse esperienze a diciassette anni, altre a quaranta. Forse per questo dovevo ancora capire quanti anni avevo davvero, se potevo permettermi di andare a ballare senza vergogna o se iniziare a scegliere la pasta per la dentiera più adatta al mio palato.

“La mia età non è questa, è almeno la metà”
Oggi che sono più vicina ai 30 che ai 25 e la recente pandemia mi fa sentire più vicina ai 40, non so se vivere il tempo che passa con paura o rassegnazione, quello che so è che continuerò a rifletterci su mentre ballo in casa in pigiama. Aspettando il preventivo del bite notturno.
Ricordati di essere
gentile.
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